Dirigere a memoria: show o necessità artistica?

9 maggio 2009 di D.

Alcune riflessioni sul dirigere o meno a memoria.
Diceva un tale, certo Sergiu Celibidache: “Se non sai provare un brano a memoria, allora evita di dirigerlo a memoria anche in concerto!”.
Pur non approvando la boutade da molti attribuita a Furtwaengler secondo cui i direttori che dirigono a memoria lo fanno solo perché non sanno leggere le partiture, la questione del dirigere a memoria implica alcune questioni fondamentali.
Ammesso che la funzione del direttore sia suggerire-imporre-condividere l’idea musicale, bisogna capire quale debba/possa essere la profondità di tale idea.
Chiunque è in grado di memorizzare facilmente la sequenza di gruppi di battute, di dinamiche e di attacchi di una sinfonia di Beethoven: si tratta di poche centinaia di elementi, facilmente e logicamente ordinabili. Una qualsiasi coreografia in un musical di infima categoria implica molte più informazioni.
Ma basta questa funzione da vigile urbano?
Secondo molti sì (soprattutto per quelli che sostengono che la musica sia già nella “somma” delle note che la compongono). A mio modesto parere, ciò non fa differenza in certa musica contemporanea (e in alcuni minuetti di Haydn se li si prende come esercizi di autoipnosi…).

Ricorda molto l’esempio della stanza cinese di Hofstadter [L'io della mente, Adelphi 1992], in cui un impiegato-CPU combina secondo complesse regole sintattiche alcuni simboli di cui ignora il significato, non sapendo che ciò che sta creando è una stupenda poesia cinese.

Ai molti direttori abituati a dirigere a memoria, popongo un semplice esperimento.
[Con questo non voglio giustificare la mia pigrizia allo studio, e do per scontato che un direttore sia in grado di leggere con disinvoltura una partitura nella sua interezza].
Si provi a memorizzare al pianoforte una delle invenzioni a tre voci di Bach.
Si provi poi ad eseguirla suonando (a memoria) le due voci esterne e cantando la voce interna.
Difficile?
Una qualsiasi sinfonietta classica ha praticamente sempre una “terza voce” (sempre che non si creda che la musica è solo melodia più basso o addirittura solo melodia!), quella “armonica” delle parti interne e dei fiati; la memoria delle dita è molto più comoda della memoria astratta. Se non si è in grado di gestire a memoria le tre voci (molti ricorrono al ripiego della memoria visiva), conviene o usare la partitura o accettare con stoicismo il fatto di essere non dei direttori ma solo dei vigili urbani [mi riferisco chiaramente al luogo comune del vigile urbano: lungi dal parlar male dei vigili e del loro lavoro, fa meno paura la partitura della Sagra di Stravinsky di Piazza Venezia la mattina!]
Non sto affatto suggerendo di mandare a memoria le singole parti della partitura: l’intero è più della somma delle parti. Inoltre, se questa fosse veramente l’unica via, non sarebbero possibili eventi affascinanti e terribili come vedere un Dudamel ventisettenne provare a memoria la Seconda di Mahler…

Personalmente seguirò la via mistica e tornerò a dirigere solo brani di Bepi de Marzi: 4,4,4,4, p, p, cresc, f… ;-)

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