Memoria collettiva, struttura terziaria e significato.

21 marzo 2009 di D.

Riflessioni sulle dinamiche dei gruppi umani e non solo; memoria, memoria collettiva, trasmissione del significato, carenza dei modelli “antropomorfi”.
Prendo come esempio di questa riflessione i cori, ma lo stesso ragionamento si può fare per un’orchestra, un quartetto, una banda, una squadra sportiva, una classe scolastica, una rete di siti web, una comunità, un cervello, i dipendenti di una ditta, una nazione, una facoltà universitaria ecc. [Ci tengo a sottolineare la mia totale ignoranza in sociologia e mi scuso per la probabile "primitività artigianale" con cui tratterò certi concetti].

Che un coro sia molto più che l’unione dei suoi elementi è facile da accettare sul piano teorico: ma se non si è in grado di percepire realmente (ed analiticamente?) questa “entità” che chiamiamo “coro” (e non “insieme di coristi”) è meglio abbandonare il discorso. Mi rivolgo quindi a chi riesce a percepire e riconoscere tali differenze nell’ambito che gli interessa.

Dal punto di vista matematico mi sembra illuminante il concetto di “insieme delle parti” confrontata con quella di insieme. Tale concetto ci offre un ottimo modello intuitivo della complessità del “tutto” rispetto alle parti: basta vedere il rapporto fra la cardinalità di un insieme e quello del suo insieme delle parti. Inoltre ci introduce l’interessante differenza (banale per matematici e logici) tra un elemento e l’insieme che contiene solo quell’elemento.

Una buona via per inquadrare (definire, focalizzare) il “tutto” è sicuramente vedere come evolve nel tempo. Tale evoluzione è quello che si suole chiamare “memoria collettiva” (o tradizione, o cultura, o identità nazionale ecc.). Le sue dinamiche sono assolutamente analoghe a quelle del “significato-informazione” in rapporto ai segni-codici che lo trasmettono. Anzi, credo che il concetto sia proprio lo stesso: memoria è il propagarsi nel tempo di un significato [Questa la vendo ai Baci Perugina e alla Settimana Enigmistica... ;-) ]

Parlare di significato in luogo di memoria non facilita le cose: anzi, se ci si accontenta dell’ambito linguistico, si entra in un vespaio. Consiglierei invece di guardare l’analogia con le proteine, il cui caso è molto più semplice [e i biofisici che passano mesi a cercare un dannato "buchetto" partendo dalla struttura primaria capiranno la complessità della faccenda e perché sia meglio evitare i tentativi di approccio deterministico alla questione!]. Nel caso delle proteine la memoria-significato (cioè, cosa la proteina fa) sta nella struttura terziaria (la forma) e non dipende strettamente dagli elementi che la compongono.

L’elemento principale che entra in gioco è l’interazione tra gli elementi dell’insieme. Nel caso di insiemi di umani va superata la falsa ed inutile dicotomia fra interazione conscia e subconscia: naturalmente il livello di coscienza [la "conscietà" di certi "luminari"] influenza isteresi e memoria del sistema, ma non è qui la questione. Se questo implichi la necessità della permanenza di almeno due elementi contemporaneamente lascio decidere a ciascuno: nel caso di molti quartetti d’archi non è così, ma bisogna stare attenti a non forzare le analogie fuori dal loro ambito di validità [altrimenti ci si trova ad abbaiare anche contro Newton e lui non se lo merita proprio!].

Altra cosa da fare è vedere le “forze” che agiscono sui singoli elementi, purché si ricordi che queste non sono le forze che agiscono sul tutto. Il rapporto è un po’ quello fra energia cinetica delle molecole e temperatura: ma mentre ormai c’è un ponte chiaro fra il punto di vista classico della termodinamica e la meccanica statistica, nel caso dei gruppi “umani” la questione è ancora molto aperta. [Esempi di tali "forze" possono essere spartiti, libri, riti]

La brutta tendenza nostra, fonte di tente confusioni, è quella di leggere in chiave antropomorfa tutti gli eventi. Gaia-Biosfera avrebbe tanto da dirci se smettessimo di immaginarcela a nostra immagine e somiglianza. Gli dei antropomorfi dei Greci o lo Jahvè barbuto sono solo una semplificazione tarda.
E a un secolo di distanza dagli scritti di Reik e Frazer potremmo anche cominciare a riconoscere le nostre costanti tendenze totemiche! Vista così la moderna tecnologia-economia e lo stile di vita che essa implica sembrano sempre più una sottile pellicola messa attorno a qualcosa di enorme e millenario che chiamare civiltà è riduttivo e fuori luogo.

Una volta che si ha un buon repertorio di “grandezze” del punto di vista macroscopico (il tutto) e una discreta conoscenza della “meccanica statistica” si può azzardare un primo modello del nostro “tutto”. Tenendo presente che ad ogni frase relativa alla proiezione del nostro “tutto” sul modello dobbiamo premettere un “tutto va come se”, possiamo cominciare a pensare come plasmare e modificare (“migliorare” è già troppo soggettivo come termine) il “tutto” con cui ci troviamo a lavorare.

Può essere fatale trascurare i concetti analoghi al calore specifico (o isteresi, o inerzia, o momento) e, soprattutto, all’entropia. [Consiglio la lettura del mio articolo elettricità e osmosi nella noosfera] Altrimenti si rischia di impiegare 11 anni per attuare processi che si sperava di attuare in pochi mesi, come è capitato a me nell’ambito corale: la “massa efficace” della stupidità e la viscosità che oppone l’ignoranza sono enormi!

I tempi necessari a modifiche dipendono dal numero degli elementi in gioco, ma non solo. Si parla dell’ordine dei mesi per un quartetto, degli anni per cori orchestre e bande, dei secoli per le nazioni e dei millenni per le società. I modelli “a rivoluzioni” sono solo delle semplificazioni comode e come tali vanno presi.

Un ultimo appunto sulla definizione degli “elementi portatori di memoria”: credere che tutto stia nei “neuroni” fa parte delle leggende metropolitane che ci portiamo dietro dalle medie. La memoria di una figura risiede anche nello sfondo, che dalla figura viene sempre influenzato. In tale sfondo rientrano libri, spartiti, popolazioni limitrofe ecc.

E’ un tutt’uno fluido cosparso su una fluidità di livelli. La matematica discreta è solo una comodità nostra.

PS: parlare di ciò al mondo corale, soprattutto in Trentino, è come piantare una ninfea nel deserto: spero che almeno in altri contesti questi deliri possano essere di qualche utilità e stimolo.
PS2: mi scuso per il calo di zuccheri che si è impossessato di me nella seconda parte dell’articolo… se vedo che interessa gli darò una sistemata. Ora vado a colazione.

Categorie: Coralità, linguistica, Pensieri, aforismi, riflessioni Comment »

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