Bach il burlone

20 novembre 2008 di D.

A volte il vecchio parruccone di Eisenach è talmente strafottente che dà sui nervi.

Come quando ti nasconde il suo modo di accordare il cembalo sotto al naso (o sul frontespizio del Clavicembalo ben temperato) e passano 250 anni prima che uno lo scopra.

O quando ti fa credere di aver impiegato decine di ore per costruire un edificio enorme e poi ti accorgi che è un prefabbricato che lui poteva mettere insieme in un’oretta.

Questo è il caso delnumero 21 del Weihnachtsoratorium.

Qualche giorno fa, sulla littorina stracolma della Valsugana, stavo preparando quel bestione di brano per l’ottava volta (sono alla quarta come direttore e alla quarta come cembalista mi rendo conto di non averci capito ancora niente!) quando imporvvisamente ha cominciato a delinearsi il trucchetto che lo sostiene.

Quando lo si capisce, è ovvio.

Un Gloria cosa può sottendere di meglio che un movimento verso l’alto? Un “pace in terra” cosa meglio di un movimento verso il basso? Cosa di più semplice e fecondo, nelle mani di quel bischerone sassone, che una scala ?

Devo dire che mi provoca un certo piacere vedere che anche gli esegeti ufficiali (Blankenburg, Durr, Smend) sono stati pienamente gabbati. Liquidano il brano come una delle solite Turbae: sbandierano il solito Diapason del Pantocratore (fuochino!!!) e la catabasis del “Friede auf Erden” (fuochetto!) e poi si perdono in numerologie che anche Bepi De Marzi e Toto Cutugno userebbero (acqua!!), analogie superficiali col credo della messa in si minore (acquissima!!), fino ad arrivare addirittura a una struttura di passacaglia (oceano!!).

Non hanno riconosciuto le Goldberg e Von Himmel Hoch allo specchio, la solita melodia per terze di Athanasius Kircher distribuita fra le voci, la tipica cellula germinale di una battuta in contrappunto triplo ripetuta all’infinito e che Bach ha sfruttatato a un centesimo delle sue potenzialità solo perché non aveva tempo perché era già ora della pipata con caffè…

Concludo con una considerazione sui sillogismi aristotelici per sfogare questa sensazione di solitudine nella selva bachiana.

Durr, Smend e Blankenburg partendo da premesse poco adatte (se non false) ma con metodologia ferrea sono arrivati a qualche discreta conclusione.

Bizzi partendo da premesse azzeccatissime ma con metodologia all’italiana è arrivato a conclusioni inutili se non false.

Se gli studiosi si parlassero un po’ invece di rinchiudersi in sè stessi more tridentino ora ne sapremmo molto di più.

Vi aspetto a Trento il 5 e 6 dicembre 2008 per raccontarvi il resto!

… se a catechesi avessi avuto un catechista come questo evangelista ora sarei animista: dopo tutto mi è andata bene.

Zu Tolz, zu stolz.

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